ATTILIO MONTI SCENOGRAFO PER PROFESSIONE, BURATTINAIO PER VOCAZIONE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GLI INIZI

 

Attilio nasce nei pressi del lago maggiore nel 1924, si diploma all’accademia di Brera  come scenografo. Ma perché questa passione per l’arte? E’ necessario fare un  piccolo passo indietro, piccolo grande passo. Attilio Monti fu chiamato alle armi durante la 2° guerra mondiale. La vigilia del  fatidico giorno, scappò con pochi suoi altri compagni, camminarono tutta la notte per arrivare a Domodossola sperando che il giorno successivo fosse possibile tornare a  casa. Domodossola però era diventata una base partigiana, ed Attilio e i suoi  compagni nient’altro poterono fare che vivere la guerra in prima linea come  partigiani. La guerra finì Attilio lasciò la divisa ed iniziò a ricoprire alcuni incarichi che lo stato  affidava proprio agli ex partigiani. Viveva a Milano e qui, in un bar, nel dopolavoro,   trovò tre uomini che lo vollero mettere in mezzo in una discussione su  Majakovsky, del quale il nostro niente sapeva. Attilio mi dice di quanto quel trio(nel  quale ere presente anche Dario Fo), coi suoi discorsi pregni d’arte e cultura lo  affascinasse. Pochi giorni dopo fece sapere alla sua famiglia l’intenzione di iscriversi ad  Architettura; la famiglia accettò i suoi propositi, Attilio non ci pensò due volte e si  iscrisse all’Accademia di Brera, della quale uscì dopo tre anni con un attestato che  certificava i suoi studi. Forte del suo diploma scese a Roma per lavorare come scenografo a Cinecittà, un  posto che “mi ha insegnato tanto ma mi ha anche fatto vedere lati del mondo dello  spettacolo che avrei preferito non conoscere”. Fu così che dopo alcuni anni lasciò il  suo posto di scenografo per trovare fortuna a Londra. Qui rimase per tre anni,   lavorando come tecnico del suono e ricoprendo vari ruoli all’interno di un’emittente radiofonica: Ancora una volta non era soddisfatto: E una cocente insoddisfazione amorosa lo fece frettolosamente decidere per  un’ulteriore fuga. Francia quindi. E di professione madonnaro. Madonnaro perché  aveva conosciuto un pittore che dipingeva paesaggi sui marciapiedi lungo la Senna; Attilio vide che quel tipo di lavoro poteva fruttargli qualche franco e cercò di  imitarlo. Appena prese i gessi tra le mani l’ispirazione artistica era però  completamente svanita. Due ore di vuoto artistico e il bisogno di soldi: Lo salvò il  fatto di pensare insistentemente ad una bestemmia, così cominciò a dipinger  ritratti di CRISTO. Lo potremmo definire uno strano rapporto con la religiosità! Ma  funzionò. Non contento però, dopo alcuni mesi decise di ripartire per l’Italia, prima tappa  Genova. Qui trovò casualmente un ex collega dell’Accademia di Brera, che proprio  nel giorno del suo arrivo aveva lasciato il posto di scenografo teatrale alla “Borsa di  Arlecchino”. Siamo agli albori degli anni ‘60, e Attilio lavora come addetto alle luci e  scenografo proprio in quel teatro insieme ad Aldo Trionfo e Paolo Poli. Quello che ho capito di Attilio è che difficilmente si accontenta. Lasciò Genova, tornò a Roma, dove ebbe occasione di unirsi all’innovativo gruppo dell’avanguardia Romana, quindi: Memè Perlini, Giancarlo Nanni, Mario  Ricci, Giuliano Vasilicò; Carlo Cecchi, Kustermann, Salinas, Mercatali ed altri ancora. Cercherò ora di fare ordine tra le molte date, i molti nomi e i molti teatri di Roma  che si incrociarono con la carriera artistica di Attilio. Nel 1965 conosce Mario Ricci al Teatro delle Orsoline. Ricci in quel periodo fa  continue ricerche e sperimentazioni su burattini e marionette, Attilio assiste alla  creazione di particolari fantocci creati dall’assemblaggio di tubi e gommapiuma. Così i burattini cominciano ad entrare nella sua vita. Nel1966 conosce Valentino Orfeo che lo presenta ad Otello Sarzi, che in quegli anni  si stava adoperando per la televisione, cercando un meccanismo che consentisse il  movimento della bocca ai pupazzi. Attilio frequentò ed ammirò molto quell’uomo e i suoi momenti liberi li trascorreva al teatrino dei sette colli, dove Sarzi operava. Attilio si stabilizza a Roma dove conosce la donna che ha vicino tutt’oggi, Pinuccia  Bocchi, che già da tempo si occupava di costumi e che ancora adesso continua a  creare abiti per i burattini. Sempre a Roma lavora con Nanni e Vasilicò al teatro della Fede e, dal ‘74 in poi, si  unisce a Carlo Cecchi e al gran teatro dove, oltre a numerose rappresentazioni  teatrali, mettono in scena “A morte dint ‘o lietto ‘e don Felice”, una pièce dove gli  attori si comportano come veri e propri burattini, ed il palco viene trasformato in  un’enorme baracca. Nel 1978 Attilio scopre il Casentino, in Toscana, un posto che lo affascina e dove decide di comprare una casa, nonostante lavori a Roma. Proprio  durante uno dei viaggi dal Lazio verso la Toscana, incontra in treno un monaco, dalla lunga barba bianca, Attilio trova in quel volto una forte somiglianza con il suo amico e collega Otello Sarzi; il monaco nient’altro che questo aveva in comune con il suo  compagno, ma solo riaccendere quel ricordo lo illuminò, proprio in quel momento decise che anche lui avrebbe avuto la sua compagnia di burattini e marionette, esperienza e gavetta sicuramente non gli mancavano.

 

IL MESTIERE DI BURATTINAIO

 

Un’altra grande passione di Attilio è il legno. Inutile dire che i suoi burattini siano  stati e continueranno ad essere fatti solamente di legno; di ontano, per la precisione. L’ontano è una delle piante più facilmente reperibili, e in più ha tutte le  caratteristiche per essere ben intagliata. Per scolpire la testa di un burattino occorre un pezzo lungo 50 centimetri, ricavato da un tronco con un diametro di circa 20  centimetri; occorre lasciarlo seccare per alcuni giorni, o meglio settimane,  per poi  utilizzare la parte centrale, cosicché si possano sfruttare al meglio l’elasticità e la  resistenza del legno. Con la successiva tornitura si ottiene così il primo abbozzo di  quella che sarà la testa del burattino. Da qui inizia il lavoro di intaglio e scultura, con cui saranno realizzati occhi e bocca, successivamente verrà applicato il naso, sempre di legno, e, a seconda dei vari casi, grosse orecchie, corna, gozzi ecc. L’ultimo passaggio è ovviamente quello di dipingere la testa. Dopo avermi spiegato  come nasce un burattino, spinto dalla curiosità, chiedo qual è stato il primo  burattino a cui ha dato vita. Attilio mi guarda, si avvicina velocemente ad uno  scaffale del suo laboratorio, sposta con cura ed attenzione sopra al tavolo da lavoro tutte le sue creature, e continua a cercare in quella sconfinata distesa di meraviglie  di legno. Ha un rapporto umano con i suoi “figli”, li guarda con occhi sinceri e  profondi, come se fossero davvero dei disco lacci. Attilio mi fa vedere un piccolo  diavolo sorridente: era lui il primo! Mi dice che era stato fatto per far capire alla sua  piccola figlia, Carolina, che il diavolo non era una persona di cui si doveva avere  paura. E di quel diavolo lì, con quel sorriso lì, chi si sarebbe mai spaventato? Mi fa vedere poi un altro burattino a cui è particolarmente legato, Arlecchino, e non perde occasione per farci subito una buffa conversazione sul fatto che da troppo  tempo fosse fermo a prendere polvere su di una mensola. Continua poi a farmi  vedere tutti i pezzi della sua collezione, burattini e marionette provenienti da ogni  parte del mondo: Austria, Boemia, Cina, Giappone, India, Isole di Giava, Thailandia e chissà quanti altri posti. Tra le sue creazioni, burattini e marionette acquistati o  regalategli, abbiamo contato più di 1400 pezzi. Dal laboratorio ci spostiamo  velocemente alla sua abitazione, dove incontro la sua compagna Pinuccia, che subito mi mostra il luogo dove vengono cuciti i costumi. Ci sono stoffe di ogni specie e  bigiotteria di ogni sorta, quest’ultima molto utile per impreziosire gli abiti di alcuni  personaggi. Insieme alla fantastica coppia comincio a parlare dell’argomento “spettacoli per  bambini”; mi dicono che in questi spettacoli tre cose sono importanti da  rappresentare: il bene, il male, la paura. Il male serve per far trionfare il bene e la paura per tener viva l’attenzione dei  bambini. Attenzione e coinvolgimento sono estremamente importanti nello spettacolo,   spesso le rappresentazioni di Attilio sono un’interazione tra lui e il pubblico, fa  spesso ai piccoli spettatori domande sullo svolgimento della storia per attirarli  maggiormente. Questo è possibile perché il burattinaio non deve usare un vero e  proprio copione, ma solamente un canovaccio che possa dar libero sfogo  all’improvvisazione e all’inventiva. Molto importante è anche la musica, perché aiuta a creare un’atmosfera magica, e   altrettanto importante è l’uso della voce : possono essere usati toni che partono  dalla testa, dalla gola, dal naso, dal petto, ma è necessario relazionarli ai personaggi che si devono interpretare. Il lavoro di Attilio dietro la sua baracca “il Petrarchino”(nome che deriva dal Teatro  Petrarca di Arezzo, perché costruito a sua somiglianza) è molto rigoroso, e pretende la concentrazione assoluta anche da chi lavora con lui <<…. È un mestiere ancora più difficile di quello dell’attore, perché il burattinaio deve saper riempire gli spazi vuoti  dello spettacolo e quindi deve saper improvvisare>>. Nel 1988, sempre in Casentino, Attilio Monti, Pinuccia Bocchi e Livio  Valenti(laureatosi proprio quell’anno al DAMS di Bologna) fondano l’associazione  N. A. T. A. (Nuova Accademia del Teatro d’Arte). Dal 1988 in poi sono stati messi in  scena molti spettacoli, Segnalerò solo i più importanti. Quelli del primo periodo sono certamente “La Calandra” e “Macbeth”. Finito il periodo di sperimentazione Attilio ha voluto rispolverare alcune tradizioni  popolari, e dopo accurate ricerche è riuscito a trovare due antiche e brillanti novelle Casentinesi, che sono state poi rappresentate anche in vari paesi europei, si tratta di “il bandito Gnicche” e “I matti da Gello”, entrambi spettacoli per burattini. Spettacoli più recenti, che ho avuto personalmente occasione di vedere, sono  “Giovannino senza paura” in cui di nuovo si alternano burattini e attori a raccontare una favola in cui il protagonista si ritrova ad affrontare nientedimeno che la morte  ed il diavolo, cavandosela in ogni situazione grazie alla sua intrepida risolutezza, e  “Storie nella valigia”. Qui il ruolo dei burattini è affiancato da oggetti, i quali,   uscendo a turno dalla valigia, come lampade di Aladino, evocano nuove storie. Tante è la voglia di Attilio di far vivere le sue creature che non si limita a farle  recitare nei suoi spettacoli, ma le porta in giro per il mondo(Svizzera, Francia, Austria, Repubblica Ceca, ecc. . ). A fianco degli spettacoli, infatti, il nostro ha allestito varie  mostre in cui, oltre ad esporre i suoi burattini, marionette scenografie e teatri in  miniatura, si mostra sempre disponibile a spiegare, con l’entusiasmo che lo  contraddistingue, storia, funzione ed utilizzo di ogni singolo pezzo di legno e non  della sua incredibile collezione. L’esposizione “TESTE DI LEGNO” ha riscosso un gran successo all’interno del  PROGETTO BUSKER, tenuto a Rimini nel 1997, con più di 10000 visitatori.

 

CONCLUSIONI

 

Siamo arrivati al 2002, e Attilio sembra non avere intenzione di andare in pensione, concetto pressoché ignoto ai teatranti, specialmente in Italia. Sta allestendo infatti un nuovo spettacolo di burattini, “Stenterello”, dove ancora per una volta miscela sapientemente antiche tradizioni, recuperando una maschera  toscana ormai dimenticata, con la voglia di continuare a sperimentare. Per quanto questo “ragazzo” mi abbia confessato che da grande vorrà fare il  burattinaio, questa volta probabilmente non sarà in baracca a manovrare i suoi  “pargoli”, anche se è facile immaginarlo nelle vicinanze a controllare che tutto fili  come si deve. E’ vero, Attilio è innamorato, padre e amico dei suoi burattini, e proprio per il bene  che vuole a loro ha voglia di insegnare ad altri a continuare a farli vivere.

 

Associazione Culturale "Teste di Legno"

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